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Vite rimandate

Written by Chiara Saraceno Thursday, 23 March 2017 10:53 Print

Negli anni della crisi, tra i giovani italiani è aumentata la percentuale di coloro che si sentono soggettivamente deprivati. Il dover contare sulla famiglia di origine per proteggersi dalla vulnerabilità nel mercato del lavoro, più che una strategia di investimento per migliorare le proprie chances, costituisce una pausa forzata, una sospensione alla messa a punto di strategie di vita personali autonome. Solo con l’accesso a una occupazione stabile che dia un reddito decente è possibile superare le difficoltà nella transizione allo status adulto e risolvere le criticità nei percorsi di vita, restituendo così nuovi gradi di libertà alle giovani generazioni.

 

SPECIFICITÀ ITALIANE DI LUNGO PERIODO

I giovani italiani, rispetto ai loro coetanei del Centro e Nord Europa e degli Stati Uniti, da molto tempo sono caratterizzati da un ritardo nell’attraversamento di quelle che sono state individuate come le tappe cruciali dell’entrata nel pieno status adulto: completamento degli studi, entrata nell’occupazione, uscita dalla famiglia, forma­zione di una famiglia propria tramite la messa in coppia e soprat­tutto la nascita di un (primo) figlio.1 L’età media al primo figlio per le madri si è progressivamente alzata a 31 anni, una delle più alte nel mondo sviluppato, mentre per gli uomini è in media tre anni ancora più alta.2

Questa specificità italiana, condivisa in modo meno accentuato an­che da altri paesi mediterranei, ha a che fare sia con fattori culturali (modelli di famiglia e di normalità delle sequenze del corso di vita), sia condizioni strutturali, entrambi di lunga data:3 una più lenta transizione scuola-lavoro per gli uomini, rispetto ai loro coetanei di altri paesi, dovuta sia a un più lungo, ancorché non necessariamente più efficiente, modello formativo per chi accede alla formazione su­periore, sia a un mercato del lavoro caratterizzato da rigidità e duali­smo tra insider e outsider, con i giovani spesso nella posizione di out­sider. Nel caso delle donne, poi, i modelli di genere e le aspettative a questi connesse, unitamente a difficoltà a conciliare famiglia e lavoro a causa sia di una cultura imprenditoriale fortemente maschilista sia della povertà delle politiche di conciliazione, anche prima della crisi costituivano un fattore ulteriore di ritardo, incentivando chi voleva comunque investire in una occupazione a rimandare il più possibile la formazione di una famiglia. Anche il modello di accesso all’abita­zione fortemente incentrato sulla proprietà, che quindi richiede ca­pitali di partenza – di norma indisponibili ai giovani, salvo il ricorso alla disponibilità dei genitori – viceversa ostacolando la creazione di un mercato dell’affitto a costi ragionevoli, costituisce un forte vinco­lo all’uscita dalla casa dei genitori, concorrendo al ritardo.

Questo insieme di fattori non vale solo per il ritardo nella forma­zione di una nuova famiglia da parte dei giovani, ma anche per la lenta, e tuttora minoritaria, diffusione tra i giovani italiani di un modello di uscita dalla famiglia non più, o prevalentemente, motiva­to dal matrimonio o comunque dalla convivenza di coppia, o dalla necessità di emigrare, ma come fase autonoma dell’entrata nella vita adulta, a differenza di quanto avvenuto nella maggioranza dei paesi dell’Europa centro-settentrionale già negli anni a cavallo del secolo. Nel 2005, ad esempio, nei paesi del Nord Europa la stragrande mag­gioranza (attorno all’80%) dei giovani di 24 anni era già uscita dalla famiglia di origine, laddove ciò valeva per una piccola minoranza dei loro coetanei italiani e in generale sud-europei, e sfiorava percentuali simili solo tra i 30-34enni.4

Infine, già a partire dagli anni Novanta si nota una progressiva accen­tuazione di questa specificità italiana, sia nell’età di uscita dalla fami­glia sia nel rimando delle scelte di fecondità. Mentre nel 1992-93 il 33,1% dei giovani tra i 25 e i 34 anni viveva ancora con i genitori, nel 2009-10 ciò valeva per il 40,9%.5 Contestualmente, a metà degli anni Novanta si è toccato il tasso di fecondità più basso, che aveva iniziato timidamente a risalire solo negli anni immediatamente pre­cedenti la crisi, per fermarsi di nuovo all’insorgere di questa.

L’IMPATTO DELLA CRISI

Alla luce di queste caratteristiche di lungo periodo, non sorprende che l’impatto della crisi iniziata nel 2007 sull’età di uscita dalla fami­glia e sulla formazione di un nuovo nucleo è stato paradossalmente minore in Italia (e in altri paesi mediterranei) che nei paesi del Cen­tro e Nord Europa, dove pure la crisi è stata meno intensa e di più breve durata, anche se in Italia i giovani continuano a uscire dalla casa dei genitori molto più tardi.6 Nei paesi del Centro-Nord Euro­pa, infatti, la crisi, aumentando l’incidenza della povertà e della vul­nerabilità tra i giovani, ha provocato una parziale inversione della tendenza consolidata all’uscita comparativamente precoce dalla famiglia di ori­gine. Nei paesi mediterranei e in particolare in Italia, al contrario, ha ulteriormente rafforzato la tendenza al ritardo nella uscita. Nel 2014 viveva ancora in famiglia il 61,2% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni.7 Ciò ha in parte contribuito a contenere l’aumento dell’incidenza della povertà tra i giovani – i più colpiti dalla crisi – che pure è stato maggiore che per gli adulti in età matura e soprattutto gli anzia­ni. I minori e i giovani fino a 34 anni nel 2015 – vuoi come facenti famiglia da soli, vuoi, più spesso, come figli nella casa dei genitori – costituiscono la metà di tutti i poveri assoluti in Italia.

Con un mercato del lavoro sempre più elusivo proprio per i più giovani, questi non possono rischiare di andare a vivere per conto proprio e tanto meno di mettere su famiglia. Redditi da lavoro bassi e insicuri non consentono di prendere impegni a medio-lungo ter­mine per pagare affitti, mutui, bollette, a meno di non continuare a dipendere poco o tanto dalla generosità e disponibilità dei genitori, anche quando non vivono più con loro, salvo cadere in povertà. Nel 2015 si trovava in povertà assoluta il 10,2% delle famiglie con perso­na di riferimento giovane, tra i 18-34 anni, a fronte del già alto 6,1% della media nazionale (e del 4% delle famiglie con persona di riferi­mento di 65 anni o più), con un aumento percentuale di due punti rispetto all’anno prima.8 Non è infrequente che chi è uscito dalla casa dei genitori debba ritornarvi perché non ha una occupazione che garantisca la possibilità di rimanere economicamente autonomo.9

Proprio il dover contare sulla famiglia di origine per proteggersi dalla vulnerabilità nel mercato del lavoro, tuttavia, più che una strategia di investimento per migliorare le proprie chances, in molti casi può costituire una pausa forzata, una sospensione alla messa a punto di strategie di vita personali autonome: dal trasferirsi altrove per accet­tare un contratto di lavoro temporaneo all’andare a vivere per conto proprio o con un/una partner. Anche per questo negli anni della crisi tra i giovani italiani è aumentata la percentuale di coloro che si sen­tono soggettivamente deprivati, analogamente a quanto è successo tra i loro coetanei degli altri paesi meridionali (e in modo estremo in Grecia), e molto più di quanto non sia successo ai loro coetanei dei paesi dell’Europa centro-settentrionale.10

PER LE GIOVANI DONNE È DIFFICILE FARE UN FIGLIO SIA QUANDO SI HA UN LAVORO SIA QUANDO NON LO SI HA

Il rimando dell’età di uscita dalla famiglia e dell’inizio di una convi­venza di coppia, con o senza matrimonio, unitamente alla insicurez­za lavorativa e reddituale, ha effetti di ritardo anche sulle decisioni procreative e quindi sul tasso di fecondità complessivo, stante che non tutte le nascite desiderate ma rimandate poi riescono a essere effettivamente realizzate. In questo fenomeno giocano un ruolo im­portante, ovviamente, le aspettative e i comportamenti delle giovani donne, in particolare rispetto al lavoro remunerato. Come le loro coetanee dei paesi europei a più alta fecondità, le giovani donne ita­liane, spesso con un livello di istruzione pari o superiore a quello dei loro coetanei maschi, desiderano una occupazione che consenta loro di essere autonome e di formare una propria famiglia. A differenza delle loro coetanee di quei paesi, tuttavia, trovano sul loro cammino molti ostacoli, alcuni dei quali condividono con i loro compagni, ma altri sono specifici. In un contesto di precarietà diffusa per i giovani a prescindere dal sesso, infatti, questa è più accentuata per le giovani donne, che non solo fanno più fatica a trovare una occu­pazione, specie adeguata alle loro qualifiche, ma tendono a rimanere più a lungo dei coetanei, anche a parità di livello di istruzione, in rapporti di lavoro temporanei. Perciò sperimen­tano più a lungo una situazione di incertezza dal punto di vista economico. Neppure l’eventuale maggiore sicurezza fornita dall’occupazione di un partner può essere sufficiente a correre il ri­schio di una maternità che può rendere ancora più vulnerabili nel mercato del lavoro. Non va dimenticato, infatti, che una donna su cinque lascia o perde il lavoro a seguito della maternità. Un dato strutturale, risalente a ben prima della crisi.11

Le difficoltà di conciliazione famiglia-lavoro in un contesto povero di servizi per la prima infan­zia e con modelli di genere ancora relativamente rigidi, combinandosi con condizioni occupazionali non sempre ami­chevoli per chi ha responsabilità familiari e con orizzonti temporali incerti, costituiscono un potente scoraggiamento ad assumere queste responsabilità anche per chi lo desidera. Si rimanda, perciò, sperando di arrivare a una situazione più stabile e con margini di sicurezza più ragionevoli. L’importanza del tipo di contratto di lavoro è testimo­niata dal fatto che tra le donne nella fascia di età 25-34 anni nel 2013 aveva già un figlio il 34,1% delle donne che aveva un rapporto di lavoro stabile, a fronte del 23,8% di chi aveva un contratto di lavoro a tempo determinato.12

Il contratto a tutele crescenti rischia di rivelarsi per le neo-assunte una sorta di omogeneizzazione delle condizioni di precarietà, dato che licenziarle al termine del periodo protetto è poco costoso nei primi anni. Non occorre neppure ricorrere alle dimissioni in bianco (rese un po’ più difficili dalle nuove norme) e neppure a forme di dimissioni incentivate. Se vogliono mantenere il posto di lavoro, è meglio che le giovani donne con contratto a tutele crescenti evitino di prendere un congedo di maternità. Se è difficile avere un figlio essendo occupate, può esserlo altrettanto – se non ancor più – averlo se non lo si è. La diminuzione delle nasci­te negli ultimi anni è stata particolarmente veloce nel Mezzogiorno. Nell’arco di poche generazioni il livello di fecondità è andato con­vergendo, al ribasso, con quello del Centro-Nord, nonostante tassi di occupazione femminile molto più contenuti, per carenza di doman­da, non solo di offerta di lavoro, unitamente a una offerta di servizi per la prima infanzia (e anche per la scuola materna e il tempo pieno scolastico) largamente inferiore a quella delle altre aree del paese.

PER CONCLUDERE

L’accesso a una occupazione che dia un reddito decente e un orizzon­te temporale ragionevolmente lungo è una precondizione per poter sviluppare progetti di vita di lungo periodo come la formazione di una famiglia. Oggi ciò vale non solo per gli uomini, ma anche per la maggioranza delle donne nelle coorti più giovani. Ed è proprio que­sta condizione a essere diventata incerta, quando non scarsa, in Ita­lia, riducendo fortemente i gradi di libertà delle giovani generazioni. Un bonus bebè non può ba­stare a controbilanciare i rischi della precarietà, tanto più che i figli hanno la caratteristica di ri­manere a carico ben oltre i tre anni e di costare di più man mano che crescono. Meglio sarebbe procedere in direzione di un riordino complessi­vo dei trasferimenti monetari per i figli.

In questo contesto, le giovani donne trovano vincoli ulteriori, non solo nel mercato del la­voro e in modelli di genere ancora asimmetrici, ancorché in evoluzione, per quanto riguarda la divisione del lavoro familiare, ma anche nella scarsità e frammenta­zione delle politiche di conciliazione. Congedi genitoriali poco o per nulla remunerati, anche se diventati più flessibili, non incentivano i padri alla condivisione, oltre a essere inutilizzabili anche dalle madri se il reddito familiare è troppo modesto. Un’offerta di asili nido rigi­da, spesso scarsa e costosa, può scoraggiare una lavoratrice dal mette­re al mondo un figlio, per timore di non riuscire poi a conciliare cura e lavoro. Un voucher nido può aiutare a sostenere parte del costo, ma non ovvia alla carenza di posti e non è garanzia di qualità. Più promettente appare il previsto (nella legge sulla Buona scuola) inseri­mento dei servizi per la prima infanzia, dagli 0 ai 6 anni, nel sistema educativo e l’impegno ad allargare complessivamente la copertura per i bambini dall’anno in su. Così come appaiono interessanti le ini­ziative a livello locale (ad esempio in Emilia Romagna) di costruire un sistema integrato di servizi per la prima infanzia, che preveda una pluralità di modelli di offerta, per corrispondere meglio alle esigenze sia dei bambini sia dei genitori, tenendo conto che questi ultimi pos­sono avere sia contratti sia tempi di lavoro non standard.


[1] Si veda ad esempio M. Iacovou, Leaving home: Independence, togetherness and income, in “Advances in Life Course Research”, 4/2010, pp. 147-60.

[2] M. L. Tanturri, Fertility day..., in “Neodemos”, 21 settembre 2016, disponibile su www.neodemos.info/fertility-day.

[3] Per uno sguardo di lungo periodo si veda M. Barbagli, M. Castiglioni, G. Dalla Zu­anna, Fare famiglia in Italia, il Mulino, Bologna 2003; per un orizzonte temporale più breve si veda C. Saraceno, Famiglia, genere e lavoro, in M. Dogliani, S. Scamuzzi (a cura di), L’Italia dopo il 1961. La grande trasformazione, il Mulino, Bologna 2015, pp. 399-422.

[4] Si veda A. Aassve, E. Cottini, A. Vitali, Youth prospects in a time of economic recession, in “Demographic Research”, vol. 29, 2013, pp. 949-62, disponibile su www.demo­graphic-research.org/Volumes/Vol29/36.

[5] Istat, Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato adulto e le criticità nei per­corsi di vita femminili, Roma, 28 dicembre 2009, disponibile su www.istat.it/it/fi­les/2011/01/testointegrale20091228.pdf.

[6] Si veda A. Aassve et. al., op. cit.; Eurofound, Third European Quality of Life Survey – Quality of life in Europe: Families in the economic crisis, Publications Office of the European Union, Lussemburgo 2014, disponibile su www.eurofound.europa.eu/si­tes/default/files/ef_publication/field_ef_document/ef1389en.pdf.

[7] Istat, Popolazione e famiglie, in Annuario statistico italiano 2016, Roma 2016, in par­ticolare si veda la Figura 3.5, disponibile su www.istat.it/it/files/2016/12/C03.pdf.

[8] Istat, La povertà in Italia. Anno 2015, in “Statistiche Report”, 14 luglio 2016, dispo­nibile su www.istat.it/it/files/2016/07/La-povert%C3%A0-in-Italia_2015.pdf?title= La+povert%C3%A0+in+Italia+-+14%2Flug%2F2016+-+Testo+integrale+e+nota+ metodologica.pdf.

[9] Si veda Istituto Giuseppe Toniolo, La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2013, il Mulino, Bologna 2013.

[10] A. Aassve et al., op. cit.

[11] Si veda Istat, Come cambia la vita delle donne. 2004-2014, Roma 2015, disponibile su www.istat.it/it/files/2015/12/come-cambia-la-vita-delle-donne.pdf.

[12] Ibid.