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Come gocce di veleno

Di Laura Boldrini Giovedì 13 Luglio 2017 14:37 Stampa

Sembrano storielle innocue, battute ben riuscite ma prive di conseguenze. Che male c’è a ridere un po’ del potere? Invece sono piccole, continue gocce di veleno, e il sedimento che lasciano in giro arriva a intaccare il terreno stesso della democrazia. Ad animare la produzione delle bufale in rete non è il talento burlone di qualche individuo, ma un potente motore economico – perché i click, si noti bene, generano ricchezza – e una forte motivazione politica: sfigurare l’avversario, distruggerne la credibilità, alimentare nei suoi confronti tutto l’odio possibile. Perché le fake news possano attecchire sono però necessari altri due ingredienti: la fragilità culturale e la rabbia sociale. Cosa fare, allora? Se questo è il quadro, misure di contrasto immediate e dirette non ce ne sono. Bisogna disporsi a un lavoro paziente, capace di essere profondo quanto lo sono il ritardo culturale e l’esasperazione.

 

“Boldrini shock: Togliete i santi dal calendario, la loro presenza è offensiva per le altre religioni”. È una delle tante false e strampalate affermazioni che mi vengono attribuite in rete. Si può immaginare il tenore dei commenti, per citare solo quelli riferibili: “perché non se ne va in un paese musulmano?”, “non si permetta di cambiare le nostre tradizioni”, “perché non rimane col burqa?”, “di questo passo ci toglieranno il Natale e il Capodanno”, “voglio sentire cosa ne pensa il papa di questa squallida traditrice”. Così per centinaia di volte, mentre in tanti si affrettano a condividere la ghiotta “notizia”. Solo pochissimi provano a insinuare il dubbio che si tratti di una bufala, ma vengono respinti con sdegno e insulti da chi “la sa lunga e non si fa infinocchiare dal potere”.

Ormai ho messo insieme una discreta collezione. Prima di prender­mela coi santi, avrei proposto di rendere obbligatorio il burqa per le donne italiane, di dare le case popolari innanzitutto ai rom, di regalare un bonus di 50 euro agli immigrati, di tassare pesantemente i

consumi di carne di maiale per compiacere gli islamici. Senza con­tare le invenzioni più dolorose e infami: come quella riguardante mia sorella – in realtà morta da anni, purtroppo – che invece a 35 anni vivrebbe spassandosela con diecimila euro al mese di pensione; oppure, secondo un’altra versione non meno spregevole, si arricchi­rebbe coi fondi delle cooperative di assistenza ai migranti, grazie al fatto di essere mia parente.

Siamo in tanti a subire queste invenzioni, che investono chiunque abbia un ruolo pubblico così come chi non lo ha. Paolo Gentiloni non aveva fatto ancora in tempo a sedersi sulla poltrona di presidente del Consiglio che già gli veniva attribuito un tweet urticante: “Gli italiani imparino a fare i sacrifici e la smettano di lamentarsi”. Virale in pochi minuti, proprio l’ideale per avviare un rapporto di fiducia coi cittadini italiani!

Il problema riguarda tutti perché il sedimento che lasciano in giro queste piccole, continue gocce di veleno, arriva a intaccare il terreno della democrazia.

Sì, gocce di veleno. Può sembrare un’espressione pesante, perché spesso le fake news si presentano con l’aspetto accattivante della battuta ben riuscita, che sa strapparti un sorriso. E si immagina che dietro ci sia qualche giovane burlone, incline alla goliardia. Che male c’è a ridere un po’ del potere? Siamo diventati così grigi e autoritari che non sopportiamo più gli sberleffi della satira?

Ma le cose non stanno così. C’è voluto Trump, c’è voluto Putin, ma alla fine abbiamo capito che bisognava accantonare una visione troppo ingenua. La macchina delle bufale non è alimentata da qualche umorista di talento che in rete trova la sua gratificazione. Il fenomeno è ben più complesso, e ha motivazioni per nulla disinteressate.

Il primo motore è quello economico. Il nostro click sembra il più gratuito dei gesti, ma se ripetuto da decine di migliaia di persone genera ricchezza. Il sito che sa attrarre la curiosità dei navigatori con “notizie-shock” – non importa se vere – acquista valore per gli inserzionisti pubblicitari. E cosa c’è di meglio, per farsi leggere, che spararla grossa ai danni di qualcuno? L’importante è che ci sia almeno una piccola quota di

verosimiglianza: la Boldrini non è quella solidale con gli immigrati? Allora sarà anche plausibile che voglia infilare a forza il burqa a tutte le italiane.

Ma la motivazione economica, per quanto spregiudicata, non è la più pericolosa. Le recenti cronache nazionali e internazionali ci hanno insegnato che l’intenzionalità politica è il carburante più potente: bisogna sfigurare l’avversario/a, distruggerne la credibilità, alimentare nei suoi confronti tutto l’odio possibile. Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe pensare: “calunniate calunniate, qualcosa resterà!” non è mica una frase di Mark Zuckerberg. Ma il web consente oggi una pervasività e una impunità di cui i diffamatori del passato non avevano mai potuto godere.

Certo, le bufale prosperano perché possono attecchire su utenti predisposti ad accoglierla, su uno strato di “credulità” che stupisce soltanto chi non tenga a mente le statistiche sui livelli di istruzione. In un paese che storicamente legge e si informa poco, l’alfabetizzazione digitale – nel senso minimo di saper navigare e scrivere in rete – non sempre si accompagna alla capacità di decifrare criticamente i messaggi e la loro autenticità. E così riescono ad avere mercato piccoli trucchi da truffatori delle parole: il sito ilfattoquotiDAIno.it che conta di essere scambiato per ilfattoquotiDIAno.it; il sitoliberogiornale.it, che richiama due testate in una ma non c’entra nulla con nessuna delle due; e via imbrogliando.

Non dobbiamo pensare che sia soltanto un male italiano. Anche negli Stati Uniti, patria di ogni innovazione, il confronto con la parola scritta crea imbarazzi. Una recente ricerca condotta tra gli studenti di Stanford, in California, si chiude certificando “una inquietante incapacità degli studenti di ragionare sull’informazione che vedono in rete, la difficoltà a distinguere la pubblicità dalle notizie, o a identificare le fonti delle news”.

Sì, c’è tanta fragilità culturale che naviga in rete e sulla quale gli strateghi del falso possono contare. Quella per la quale, nei suoi ultimi anni, ha avuto parole sferzanti Umberto Eco. E di cui si è preoccupato per una vita Tullio De Mauro, lanciando ripetuti allarmi sulla carente “cultura degli italiani” e sulle sue conseguenze politico-sociali: «Quasi quindici milioni di semianalfabeti. Altri quindici

milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione e comunque sono ai margini inferiori delle capacità di comprensione e di calcolo necessarie in una società complessa come ormai è la nostra e in una società che voglia non solo dirsi, ma essere democratica». Parole scritte non negli anni Sessanta, ai tempi dell’uscita dalla società contadina, ma nel 2004, quando già cominciavamo a essere digitali.

Eppure, questi ritardi da soli non bastano a spiegare la rapidità con cui le fake news fanno presa. C’è bisogno di un altro ingrediente essenziale, ed egualmente diffuso: la rabbia sociale. Le bufale attecchiscono bene perché trovano un ambiente psicologicamente predisposto ad accogliere anche le invenzioni più assurde, se permettono a chi sta male di individuare un capro espiatorio della propria sofferenza: “deve esserci un responsabile della mia condizione, devo potermela prendere con qualcuno”. Gli imprenditori dell’odio sanno mettere a profitto il disagio, l’emarginazione, la diseguaglianza.

Cosa fare, allora? Se questo è il quadro, misure di contrasto immediate e dirette non ci sono. Bisogna disporsi a un lavoro paziente, capace di essere profondo quanto lo sono il ritardo culturale e l’esasperazione. Sapendo che sono illusorie, anzi pericolose, le scorciatoie che sono state talvolta proposte dal dibattito di questi mesi.

Adire le vie legali non è quasi mai possibile, né lo riterrei consigliabile. Non è come per l’hate speech, per il discorso pubblico di incitamento all’odio. Violenze verbali, minacce, insulti intasano la rete di spazzatura e meritano di essere colpite online esattamente come avverrebbe offline, che sia su un giornale o in una strada. Per le bufale è diverso. Come si fa a tracciare un limite tra la burla e la calunnia? E come può esistere un’autorità pubblica – anche questa ipotesi è stata prospettata – che abbia come compito quello di vigilare sulla “verità” dei messaggi circolanti sul web? Il suo sarebbe un mandato quantitativamente improbo, dati i miliardi di comunicazioni quotidiane, ma soprattutto qualitativamente scivolosissimo, in quanto vicino al rischio di apparire come una censura delle fantasie sgradite al potere di turno.

Non per questo, però, bisogna lasciare campo libero ai falsari. Non abbiamo nessuna intenzione di arrenderci. La diffusione massiccia delle fake news mette in questione il funzionamento stesso della democrazia, perché chi crea “fatti” falsi avvelena le opinioni che ne derivano e dunque distorce il meccanismo di formazione del consenso

e del dissenso. “Droga”, per così dire, i pareri che ciascun cittadino liberamente si forma sulle vicende pubbliche. E allora, se viene messa a rischio la base di ogni discorso comune, le istituzioni non possono restare a guardare. Devono prendersi le loro responsabilità e agire.

Alla Camera lo stiamo facendo attraverso varie iniziative. A partire da una nuova, doverosa, attenzione ai fenomeni digitali. Per strano che possa sembrare, tra le 14 Commissioni permanenti di Montecitorio nessuna ha il mandato di occuparsi del web. Per questo, all’inizio della legislatura ho voluto costituire una Commissione sui “diritti e i doveri in internet”, composta da deputati di tutte le forze politiche attivi sui temi dell’innovazione tecnologica, da studiosi, da operatori del settore e rappresentanti di associazioni, coordinata da Stefano Rodotà. Ha prodotto una sorta di “carta costituzionale” della rete, oggetto poi di una mozione approvata in Aula all’unanimità nel novembre del 2015.

Con la stessa composizione “mista” – un deputato per ogni gruppo politico, rappresentanti di organizzazioni sovranazionali, di istituti di ricerca e di associazioni, esperti come Tullio De Mauro e Chiara Saraceno – ho voluto istituire una Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, che in rete spesso sono proprio le fake news ad alimentare.

È in questo clima che è maturato, a febbraio di quest’anno, “Basta­bufale”, l’appello per il diritto a una corretta informazione, elaborato d’intesa con quattro tra i più noti esperti della materia: Paolo Attivissimo, Michelangelo Coltelli, David Puente e Walter Quattrociocchi. Ho deciso di lanciarlo proprio perché sono una “tifosa” della rete, convinta che sia un essenziale strumento di conoscenza e di partecipazione, e dunque vada difesa da operazioni spregiudicate e dannose. La rispondenza che l’appello ha avuto – in poche settimane 22.000 firme e l’adesione di popolari testimonial – conferma che sempre di più i cittadini avvertono la necessità di rendere “frequentabile”, non inquinato, lo spazio della rete; e che la politica e le istituzioni devono occuparsene. Perciò intorno all’appello abbiamo raccolto alla

Camera decine di sigle, soggetti pubblici e privati, tutti chiamati a esercitare la propria quota di responsabilità professionale e civile.

Di importanza cruciale è stato il tavolo dedicato ai temi della scuola, dell’università e della ricerca. Si trova lì, tra i banchi e le cattedre, il motore primo per creare gli anticorpi necessari a contrastare la disinformazione. Insegnare a usare gli strumenti per distinguere tra fonti affidabili o meno dovrebbe essere sempre più una priorità del sistema educativo, con l’obiettivo di sviluppare senso critico e cultura della verifica.

La formazione delle nuove generazioni è la prima soluzione di lun­go termine al problema. Per questo motivo Camera dei deputati e MIUR realizzeranno insieme, a partire dal prossimo anno scolastico, un progetto di “educazione civica digitale” rivolto a tutte le scuole. L’obiettivo – abbiamo convenuto con la ministra Fedeli – è quello di promuovere il protagonismo delle studentesse e degli studenti per la realizzazione di un decalogo che li aiuti a riconoscere le notizie false e che fornisca loro indicazioni su come informarsi in modo corretto e completo.

Ma non è solo il mondo della scuola a doversi impegnare. Questo progetto di educazione civica digitale vedrà coinvolti come parte attiva anche Confindustria, la RAI, la FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali), Facebook e Google. C’è lavoro per tutti.

Per il mondo dell’impresa: perché le fake news, come abbiamo visto, sono un affare per molti, che speculano ai danni della collettività o delegittimando privati o aziende. E sono notevoli i ricavi derivanti dai banner pubblicitari nei siti che pubblicano scientemente notizie false. Le imprese devono perciò sentire una responsabilità: non mettere loro inserzioni pubblicitarie su siti specializzati nella creazione e diffusione di false notizie, per non finanziare, anche involontariamente, la disinformazione e per non associare i propri prodotti al business della menzogna.

Per il mondo dell’informazione “tradizionale”, chiamiamola così: in questo momento è di primaria importanza che i giornalisti e tutti gli operatori aumentino lo sforzo del fact-checking, del debunking – l’atti­vità che consente di smascherare le bufale – e della verifica delle fonti. Così come gli editori dovrebbero, attraverso un investimento mirato, dotare le redazioni di un garante della qualità che sia in contatto quo­tidiano e diretto con i lettori, come già avviene in alcune testate.

Infine – ma forse bisognerebbe dire soprattutto – c’è lavoro, tanto lavoro che attende i social network. Giganti digitali che sono entrati nelle nostre vite con affascinante invadenza, acquisendo dimensioni e poteri che fanno impallidire quelli delle istituzioni e della politica. Imprese che hanno bilanci superiori al fatturato di non pochi Stati nazionali. È soprattutto per gli over-the-top che è scoccata l’ora della responsabilità. Devono finalmente riconoscere di essere media com­pany, non semplici autostrade sulle quali transitano prodotti altrui, e indirizzare le loro politiche verso una maggiore trasparenza. Per contrastare le fake news è essen­ziale che i social network sappiano incrementare la collaborazione con le istituzioni e le testate giornalistiche, così come è necessario un loro maggiore investimento in risorse umane e tecno­logie adeguate a fronteggiare il problema, anche attraverso l’apertura di uffici territoriali destinati al controllo dei contenuti e al rapporto con gli utenti. I capitali per farlo sanno dove trovarli, visti gli ingentissimi profitti accumulati anche grazie a normative fiscali troppo generose nei loro confron­ti. Di recente tanto il numero uno di Facebook, Mark Zuckerberg, quanto il co-fondatore di Twitter, Evan Williams, hanno mostrato a parole una qualche consapevolezza dei danni gravi che le loro crea­ture possono concorrere a determinare. Ma le parole non bastano: attendiamo queste imprese alla prova dei fatti.