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Michele Raitano

Michele Raitano

insegna Politica economica all’Università di Roma “Sapienza”

Il Jobs Act: una cura inefficace per una diagnosi errata

La mobilità del mercato del lavoro in Italia è davvero così limitata? L’evidenza empirica smentisce l’idea che prima della riforma del Jobs Act il mercato del lavoro italiano fosse rigido e porta a dubitare che il suo principale problema fosse la segmentazione fra iper-tutelati e non garantiti. A un’attenta lettura dei dati esso appariva “liquido” piuttosto che rigido o segmentato. Per questo motivo gli obiettivi di limitare la varietà contrattuale per ridurre le diseguaglianze e migliorare le condizioni di chi lavora con contratti flessibili sarebbero dovuti essere raggiunti partendo dal basso, cioè eliminando le forme contrattuali maggiormente penalizzanti e meno protette, invece che dall’alto, cioè indebolendo il contratto a tempo indeterminato, come si è invece fatto nel Jobs Act.

La non universalità degli ammortizzatori sociali in Italia

Sebbene abbia contribuito a razionalizzare le forme di tutela dei lavoratori, la riforma del 2012 non offre coperture per quelle categorie di lavoratori e di disoccupati che già in precedenza erano fuori dal sistema degli ammortizzatori sociali, ovvero chi, tra i dipendenti, non rispetta i requisiti contributivi di accesso alle indennità, i lavoratori parasubordinati e autonomi, i giovani in cerca di prima occupazione. Offre quindi una protezione parziale e solo contro i rischi di licenziamento dei lavoratori dipendenti, senza alcuna tutela contro tutti i possibili eventi da cui deriva la disoccupazione. Siamo ancora lontani dall’avere un sistema di ammortizzatori sociali e tutele di welfare effettivamente universale.

I rischi dell'invecchiamento diseguale

La riforma di dicembre 2011 ha omogeneizzato di fatto l’età di ritiro di tutti i lavoratori senza tenere adeguatamente conto dell’eterogeneità degli individui rispetto alla possibilità di proseguire l’attività lavorativa e alla loro aspettativa di vita. Le ricadute negative di questo nuovo assetto, che accresce il rischio di disoccupazione in età avanzata e avvantaggia chi già ha goduto di uno status socioeconomico più agiato, rischiano di essere considerevoli sia dal punto di vista dell’efficienza del sistema che della sua equità. Andrebbero perciò introdotte riforme complementari nel settore del welfare, nel mercato del lavoro e nel sistema produttivo tali da offrire ai lavoratori più maturi effettive garanzie di occupabilità.