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Se sei mesi vi sembran pochi

Di Alessandro De Angelis Giovedì 07 Settembre 2017 11:45 Stampa

 

Sarebbe tecnicamente possibile, anche se un po’ demodé, ricorrere alle parole di Gramsci: «Il vecchio che non muore e il nuovo che non nasce. In questo interregno si verificano i fenomeni più mor­bosi». Il fenomeno, “morboso” appunto, è l’intreccio, detta sempre in modo un po’ demodé, tra crisi del PD e crisi del sistema politico, in questo nuovo capitolo dell’infinita transizione italiana iniziato il 4 dicembre.

Perché sostanzialmente l’unico messaggio arrivato da Matteo Ren­zi dopo la sconfitta, clamorosa nelle dimensioni, è stata la fretta, o meglio l’ansia quasi ossessiva di tornare al voto. Nella convinzione, speranza o illusione, di riacquistare, da subito, il potere perduto. In qualunque modo. Con qualunque legge elettorale in un affastellarsi di modelli degno dell’indimenticabile Partito del Pinzimonio di Be­nigni – Mattarellum, Verdinellum, Tedeschellum – e, meglio ancora, con la legge esistente. Con un messaggio incentrato sulla rimozione della sconfitta e sordo alla voce piuttosto rumorosa arrivata dal pa­ese. Insomma, il quarantenne “rottamatore”, arrivato a Roma come un “barbaro” pronto a prendere a calci le porte marce del Palazzo, e sprezzante, a plebiscito in corso, nel giocarsi tutto proprio su questa presunta diversità antropologica («Se perdo lascio la politica»), mo­stra, essenzialmente, una cosa sola: la difficoltà a rinunciare al potere perduto.

«O governissimo o voto» dice Renzi nella prima direzione dopo la batosta, nel tentativo, malcelato, di non far nascere il governo Gen­tiloni. Un governo che, al tempo stesso, il segretario del PD subisce nell’esistenza ma tiene al guinzaglio, ribadendo il suo dominio sui dossier cruciali, dall’economia – con i frequenti “avvertimenti” ai ministri tecnici, rei di troppa autonomia – al controllo della Rai. Rivelerà quella vecchia volpe di Fabrizio Cicchitto, in un’intervista a “il Fatto Quotidiano”: «Renzi non solo ci aveva chiesto da febbraio di far fuori Gentiloni, promettendoci la legge elettorale che volevamo, ma anche prima, durante la nascita del governo manifestò questa pulsione irrefrenabile e per lui naturale, nell’illusione che il 40% dei Sì equivaleva al 40% delle europee».

Al voto ad aprile, resta il messaggio finita l’attesa del pronunciamen­to della Consulta sull’Italicum, al voto a giugno, poi a settembre, as­sieme alla Germania e dopo la Francia, finito il Congresso, nella spe­ranza di trasformare il 2017 nell’anno della rivincita delle famiglie politiche europeiste contro i “populisti” dopo l’annus horribilis 2016. Al voto, anche come reazione al brivido delle inchieste giudiziarie (vai alla voce: Consip) che alimentano la brama di un rapido ritorno nelle stanze dei bottoni. È questo il punto numero uno fissato nell’a­genda, senza chiarire i contorni di un progetto che, nello stanco rito del Lingotto e in quello ancora più stanco del Congresso del PD, è apparso come un déjà-vu, privo dell’antica capacità persuasiva: stesso battutismo, quasi sempre le stesse formule, facce di un film diventato però, improvvisamente, in bianco e nero e con meno spettatori in sala. I numeri raccontano, essenzialmente, questo. Alle primarie del PD un milione di elettori (un terzo rispetto alle precedenti) resta a casa. E resta a casa anche alle amministrative, soprattutto nelle zone rosse, a conferma dell’irreversibilità della “rottura sentimentale” del 4 dicembre tra PD e il suo popolo.

A conclusione del suo intervento, nell’assemblea di febbraio in cui prende corpo la scissione del PD, Matteo Renzi cita Conrad e il suo romanzo più famoso, “La linea d’ombra”. In citazione, veritas. È la storia di un giovane che, senza avere esperienza di perigliose navigazioni, assume il comando di una nave. Una nave avvolta da una maledizione, dove l’equipaggio si ammala in massa, le medicine mancano, e anche le vele sono afflosciate dalla bonaccia. Fortuna­tamente arriva il vento, e con esso l’approdo in un porto. Scaricati i marinai in un ospedale, il giovane capitano riparte, con un nuovo equipaggio, sano e coraggioso. Padrone della sua nave.

È la metafora di una scissione vissuta come una liberazione e una ripartenza senza zavorra. È, in sostanza, il compimento della “rottamazione”, che ha sempre avuto nell’“anti-comunismo” una componente essenziale, e con essa il rifiuto del passato, della tradizione e dei suoi simboli, considerati un ferro vecchio e non un nucleo vitale da cui attingere, in modo critico e non demolitorio. Il Congresso sancisce la nascita, nei fatti, di un nuovo PD. Ancora più personale e leaderistico. Chi rimane ha un ruolo da comprimario, altrimenti è come l’equipaggio malato da scaricare. “La linea dura di Matteo contro i nemici”, sono i frequenti titoli dei giornali dopo le riunioni del PD. I nemici sareb­bero coloro che, come Orlando e Franceschini, hanno osato esporre una linea politica diversa, puntando sulle “alleanze di centrosinistra”. A loro, come a tutti i padri nobili del centrosinistra il neosegretario dice, nel corso di un’assemblea a Milano a inizio luglio: «Noi scrivia­mo il futuro, non il passato. Non ci fermiamo davanti a nessuno».

In un continuo alternarsi di confusi tentativi politici, come nel caso della legge elettorale tedesca, e di pulsioni volte a causare l’incidente parlamentare, è come se l’orologio, politico ed emotivo, del leader del PD si fosse fermato a quel 4 dicembre, nell’illusione che la poli­tica possa tornare Renzi-centrica. La vicenda del suo libro “Avanti”, titolo che scimmiotta il macroniano “En mar­che”, è davvero indicativa. Erano i giorni più drammatici dell’emergenza migranti, resa tale anche dalla firma degli accordi di Triton sotto­scritti dal governo Renzi. Ed erano i giorni in cui i dati Istat raccontavano di un paese più po­vero. E il Parlamento era chiamato ad approvare il provvedimento per salvare le banche venete, il terzo salva-banche di questi anni, a dispetto della retorica, in verità iniziata col governo Monti, del nostro sistema bancario che è in sicurezza.

In quei giorni il segretario del PD ha inondato i giornali di anticipazioni e occupato radio e TV, per promuovere il suo libro, trasformandolo in «un’arma di distrazione di massa» come ha scritto Lucia Annunziata. Per tornare a far parlare di sé, anche guardando indietro con presunti retroscena, polemici e avvelenati, su fatti di un’epoca fa, come la ca­duta del governo Letta. E per lanciare qualche proposta, come quella – culturalmente destrorsa – di ottenere più flessibilità per ridurre le tasse e magari dare anche “qualche bonus” alle famiglie prima delle elezioni. Una ricetta in perfetta continuità con la politica economica del suo governo, che utilizzò la maggiore flessibilità, ovvero la spesa pubblica, per una politica di bonus, dagli ottanta euro al bonus cultu­ra, passando per l’abolizione dell’IMU, vecchio cavallo di Berlusconi.

Tutto racconta mesi di inconsapevolezza, derivante certo dall’indole, poco propensa all’autocritica, per nulla all’elaborazione del lutto del 4 dicembre. Che è stato un voto ben più grande nelle dimensioni di un voto “contro” il nostro premier di allora, perché ha rappresentato in Italia, al pari della Brexit, il crollo di molti miti del nostro tempo: l’onnipotenza dell’establishment, l’infallibilità dei sondaggisti, il po­tere di condizionamento dei media e delle star di Cinecittà. Un voto che fa girare pagina all’intero paese, imponendo un ritorno con i pie­di per terra, nel tentativo arduo di ricostruire la politica nell’era del suo rifiuto. Invece, è andata in scena l’inconsapevolezza di chi sente di essere ancora al centro delle dinamiche del paese e di poter essere il principale king-maker del gioco, mentre invece il paese sta già andan­do da un’altra parte. Galli della Loggia, sul “Corriere” del 2 luglio, scrive: «Ci sono sconfitte da cui alla fine si può uscire vincitori, altre che invece ridimensionano per sempre. È quest’ultimo caso ciò che sembra essere successo a Matteo Renzi. Il 4 dicembre ha avviato la sua trasformazione da uno statista po­tenziale a una promessa mancata».

Ecco: il vecchio non muore e il nuovo non nasce, anche perché a fronte di una meteora cadente non si intravedono astri nascenti, dentro o fuori il PD. Si intravedono però, in questo interregno, i contorni di un cambio di fase. Coglie il punto Giovanni Orsina, in un articolo su “La Stampa” dell’11 giugno: «Dopo il 4 dicembre anche Ren­zi è un leader residuale. Ma il suo ostinato rifiuto di prenderne atto fa di lui un elemento ulteriore di destabilizzazione». “Residualità” è un termine forse eccessivo, ma certamente sei mesi dopo il 4 dicembre è evidente il cambiamento sistemico. Il renzismo è finito, come tensione, emozione, speranza e disegno di spallata maggioritaria. C’è Renzi, un leader ancora gio­vane e a capo di un partito trasformato in partito personale, in un sistema politico però radicalmente mutato.

Quel voto, seguito da goffi tentativi di riforma della legge elettora­le, ha chiuso l’età del maggioritario, iniziata oltre vent’anni fa come frutto delle nuove regole, ma soprattutto della “discesa in campo” e dell’egemonia di Berlusconi. E nel nuovo contesto proporzionale, appare al momento esaurita la capacità del partito, che finora è stato il perno del paese e di ogni equilibrio possibile, di esprimere una funzione nazionale. E, prima ancora, di capire quel che sta accaden­do, in parte scritto in quell’analisi della sconfitta mai fatta e anche, parzialmente, nel voto amministrativo: uno spostamento a destra. Dove sarebbe riduttivo ricondurre la “destra” a uno schieramento, come l’abbiamo conosciuta nel ventennio che abbiamo alle spalle, ma piuttosto a un clima, a un magma di idee e di umori diffusi e trasversali. Basti citare la rincorsa a chi è più di destra tra i 5 Stelle e Salvini sui temi dell’immigrazione o il sentire diffuso su “banche e banchieri”, o un certo rifiuto del parlamentarismo e della mediazio­ne politica.

I classici direbbero che ciò che è egemonico culturalmente prima o poi lo diventa anche politicamente. E gli effetti di trascinamento sono evidenti anche sul PD, come si è visto con l’ultimo libro di Renzi, culturalmente subalterno alla destra, coi suoi slogan, le sue proposte, il suo immaginario e anche un po’ il gergo, talvolta rude e teso a intercettare gli umori più viscerali del paese: l’insofferenza verso le regole europee, lo sprezzo verso i suoi burocrati, un po’ di leghismo sugli immigrati da “aiutare a casa loro”, un certo antiparla­mentarismo di stampo grillino sulle poltrone.

Nell’Italia del populismo 2.0, per usare il titolo di un fortunato sag­gio di Marco Revelli, il populismo renziano, già masticato nella fase della “rottamazione” e del “cambio verso”, e già sconfitto, nella fur­besca illusione di acchiappare voti cosiddetti “moderati”, sta favo­rendo questo processo di consolidamento di un’opinione pubblica di destra, contribuendo a unificarla su alcuni valori. È l’interregno, prima ancora che si manifesti il “nuovo”: una proposta politica com­piuta in grado di intercettarla e magari di portarla al governo.