Paolo Corsini

Paolo Corsini

Storico.

Fascismo e antifascismo: usi e abusi

Da tempo ormai nel nostro paese, così come in Europa, si assiste alla recrudescenza di manifestazioni di impronta neofascista, qualcosa di più di isolati, sporadici episodi: richiami espliciti al Ventennio, esaltazione della Repubblica Sociale Italiana, negazione dell’Olocausto, celebrazioni di Hitler e del nazismo, invocazione di un “nuovo ordine europeo” retto sulla nazione e sulla razza in nome di una diversità biologica, ben oltre le forme di neorazzismo in circolazione, ricorrenti nel quadro di una diffusa indifferenza da parte di un’opinione pubblica sempre meno reattiva e sempre più apatica: i vari tipi di razzismo differenzialista, concorrenziale, addizionale, da allarme, da pregiudizio eurocentrico per richiamare una classificazione ormai codificata delle ostilità neorazziste più frequentemente operanti nel corpo sociale.

Andreotti o del realismo politico

Delineare, nella ricorrenza dei cento anni dalla nascita, un ritratto, per quanto conciso, di una personalità controversa e discussa come quella di Giulio Andreotti, certamente il personaggio più longevo della storia politica italiana dei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, costituisce un’impresa ardua, da affidare alla paziente ricerca degli storici. Essi potranno così definire i tratti salienti di una presenza che ha certamente lasciato un’impronta rilevante nella vicenda dell’Italia contemporanea, come ha giustamente sottolineato nell’occasione della scomparsa il presidente Giorgio Napolitano.

Un partito che non sa riconoscere il suo popolo

È possibile leggere sulla base di un duplice registro il nuovo contri­buto di Giuseppe Vacca dedicato al “trentennio glorioso” della pri­ma Repubblica, in cui lo studioso recupera lavori frutto di ricerche che sta conducendo da almeno due decenni e propone al contempo risultati di investigazioni più recenti: un registro strettamente storio­grafico-interpretativo e uno di natura politica se, parafrasando Cro­ce, si può sostenere che, essendo ogni storia storia contemporanea, essa parla anche del nostro presente e dunque può essere agita, con tutta la circospezione necessaria, in chiave politica. Del resto l’autore nella prefazione esplicita con assoluta chiarezza il proprio intento, tutto iscritto dentro la tradizione togliattiana cui appartiene, quella tradizione di impronta storicistica che lo conferma nella convinzione secondo la quale «il male oscuro della seconda Repubblica [è stata] l’assenza nella classe politica di una visione meditata della storia d’I­talia».

Il “mio” Paolo VI: a margine della canonizzazione

Molteplici sono le suggestioni che papa Paolo VI ha esercitato su di me. Ormai giunto alla soglia che conduce alla terza età, forse per­ché subisco la fascinazione della nostalgia, torno con rimpianto alla stagione degli anni Sessanta. Stagione che la mia generazione ha vis­suto tra sogni e speranze, entusiasmanti illusioni e cocenti smentite. Ebbene, la pubblicazione, il 26 marzo del 1967, della “Populorum progressio”, ha costituito per me allora, e continua a rappresentare oggi, l’espressione più significativa del magistero di un papa che si misura con l’impatto del Vangelo con la storia, con le condizioni po­ste alla Chiesa per una presenza efficace nel mondo contemporaneo.

All’opposizione per l’alternativa

Dall’opposizione all’alternativa: non può che essere questo l’itinerario da compiere, l’obiettivo da perseguire per le forze uscite sonoramente soccombenti dalle consultazioni del 4 marzo. Una sanzione perentoria, senza attenuanti che, se da un lato vede crollare i pilastri del bipolarismo invalso nella stagione successiva a Tangentopoli, dall’altro infligge una sconfitta catastrofica al centrosinistra, ancor più pesante di quella subita dalle sinistre nel 1948, allorché esse potevano contare su una classe dirigente di sicuro profilo, su partiti organizzati, su un impianto ideologico indubbiamente solido, seppure destinato alle smentite portate dalle dure repliche della storia, su un popolo di riferimento cui dare rappresentanza.

Papa Francesco tra ecclesiologia e cattolicesimo politico

Il rapporto tra Chiesa e cattolicesimo politico vive con papa Bergoglio una stagione nuova. Non solo appare più accentuata l’ispirazione universale della sua vocazione, ma mutano in senso radicale gli assi portanti del suo messaggio, ispirati ora al dialogo anche con i non cristiani, al discernimento della realtà alla luce del Vangelo, alla scelta di posizionarsi sempre nei campi più difficili della società con spirito misericordioso. L’impronta “impolitica” che papa Francesco assegna al suo pontificato determina così il rifiuto di ogni ingerenza e invasione in campo politico e insieme una maggiore autonomia della Chiesa.