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Il Governo del cambiamento, in peggio

«Ciò che è reale è razionale». È una nota frase di Hegel. Senza scomodare sofisticate ermeneutiche, tradotto nell’empiria dell’analisi politica, che è il nostro caso, l’assunto hegeliano è un cogente invito a ingegnarsi a capire le ragioni di ciò che è accaduto nel voto del 4 marzo 2018. Voto che ha consegnato l’attuale Parlamento a un governo giallo-verde, alle forze politiche cioè, Movimento 5 Stelle e Lega, che dalle urne sono uscite ampiamente vincenti, nella chiara sconfitta di tutti gli altri.

Un antidoto alle narrazioni dominanti

Il trionfo dei due populismi nel 2018 non appartiene a una vicenda solo italiana. Il momento populista indica una tendenza alla dissoluzione della “forma politica” del secondo Novecento che riguarda le diverse democrazie occidentali. I due sovversivismi, malgrado le differenze su singole questioni simboliche, trovano nel “contratto di governo” la coincidenza degli opposti perché, oltre i dissidi, esiste un nucleo solido di comunanza. Il “governo del contrasto” regge le sfide contingenti per la condivisione di una declinazione totalizzante del potere (persino il metodo di designazione della canzone vincente a Sanremo diventa una questione politica dirimente), per una avversione ai soggetti classici del conflitto sociale della modernità (lavoro e grande impresa), per una inclinazione plebea al disprezzo verso la cultura elevata, l’élite, per una venatura sovranista ostile alla rappresentanza e agli obblighi internazionali ed europei.

La galassia dei soggetti in costruzione

“L’amore è finito, ora aspettiamo che la fidanzata ci lasci”. All’indomani delle elezioni abruzzesi, all’uscita da uno studio televisivo, il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, sorriso bonaccione, così sospirava parlando di mali d’amore. L’argomento però era lo stato di salute dell’alleanza giallo-verde. La sera prima, in una cena fra leghisti di governo, nel mezzo della generale euforia per la vittoria nella Regione, Matteo Salvini, che non è uomo da toni sorvegliati, aveva esortato tutti a non calcare la mano contro l’alleato grillino in difficoltà. Nei talk e davanti ai cronisti. L’ordine di scuderia si è ripetuto dopo le elezioni in Sardegna, dove pure la Lega ha avuto un risultato meno smagliante ma i 5 Stelle hanno replicato il tonfo.

Una legge di bilancio di corto respiro

Per tratteggiare l’idea di paese che emerge dalla legge di bilancio 2019 bisogna soffermarsi su diversi aspetti della sua estensione. L’analisi economica infatti non dovrebbe mai prescindere da una disamina del contesto complessivo, istituzionale e politico, nel quale i soggetti produttivi esercitano la loro azione, e, parallelamente, delle prospettive e delle attese che essi definiscono per il futuro. E dato che, per necessari motivi di sintesi, non sarà possibile proporre questa analisi in maniera completa, mi limiterò a delineare i principali tratti di una manovra economica complessivamente improntata sul breve periodo, connotata, più che da un’idea di paese, da un bilanciamento dei provvedimenti collegato all’equilibrio politico del governo in relazione agli interessi che le sue componenti hanno nel mantenere il consenso di alcuni segmenti di elettorato.

Divergenze parallele. M5s e Lega alla prova della legge di bilancio

La necessità di raggiungere mediazioni e compromessi su punti di programma per cui vi è disaccordo costringe generalmente i governi di coalizione a adottare provvedimenti meno radicali di quelli che le singole componenti avrebbero adottato. Il governo Conte sembra invece seguire una logica diversa,  fondamentalmente spartitoria, in cui ciascuna delle due fazioni che lo compongono si riserva un campo di azione, a partire da una divisione equilibrata delle risorse in gioco, rispetto al quale l’altra si astiene il più possibile dall’intervenire. Ne scaturisce un’azione politica non solo priva di una visione organica ma anche molto spesso contradditoria, che tende a enfatizzare quella ricerca del consenso presso particolari categorie di contribuenti/cittadini che contraddistingue, non da oggi, l’agire politico.

Testimone o protagonista. Qual è il posto dell’Italia nel mondo?

Dall’Iran, paese verso cui Federica Mogherini ha fatto una politica giusta, non “concessiva”, alla politica estera americana fortemente destabilizzante che richiede una risposta europea unitaria; dalla Russia di Putin che ha guadagnato parecchio spazio al focolaio di tensione rappresentato dall’Estremo Oriente, con le minacce nucleari del regime nordcoreano. Su questo e molto altro si sofferma Massimo D’Alema, tracciando un quadro complesso di quale sia il ruolo dell’Europa e del nostro paese nel mondo.

Una politica audace per il Sud

Dopo gli anni delle scelte antimeridionaliste dei governi Berlusconi, prima i timidi segnali di attenzione del governo Monti, con il ministro della Coesione territoriale Barca, poi un leggero miglioramento delle politiche per il Sud con il governo Letta e il ministro Trigilia, infine con Gentiloni e il ministro De Vincenti finalmente l’abbozzo di una strategia per il Sud che non fosse limitata alle sole politiche di coesione. È però “troppo poco e troppo tardi”. Cosa ci aspetta nella prossima legislatura? Il clima sarà favorevole per il Mezzogiorno?

Come garantire il diritto alla salute

Pur potendo contare su un sistema sanitario poco costoso, equo ed efficace, da qualche anno il diritto alla salute in Italia è sempre meno garantito: le procedure di accesso ai servizi sono più complicate, i ticket sono più elevati del prezzo delle prestazioni, le liste d’attesa sono più lunghe, le famiglie sono lasciate sole nell’assistenza alle persone con disabilità, le diseguaglianze sono sempre più ampie, gli operatori sanitari sono demotivati, le strutture e le tecnologie sono obsolete e persino l’ordinaria manutenzione è carente. Se questa è la diagnosi, come è necessario operare per tornare a garantire ai cittadini il diritto alla salute?

Un programma di politica fiscale

Come sempre, le questioni fiscali avranno un ruolo centrale nel dibattito elettorale. E come sempre su di esse si misureranno le contraddizioni e le menzogne dei diversi programmi. Tuttavia, mai come in questa occasione la questione fiscale andrebbe presa sul serio e affrontata secondo orientamenti di radicale innovazione. I tempi lo richiedono, le possibilità esistono.

Cose da fare, e da non fare, per l’economia italiana

Per tornare a far crescere l’economia italiana occorre intervenire su: riequilibrio del bilancio, investimenti pubblici, nuovo diritto dell’economia, profitto da produttività, perequazione distributiva, una strategia per il Sud, una diversa politica europea. Si tratta di interventi la cui realizzazione è affidata sia all’azione di politica economica sia alla risposta autonoma dei produttori; entrambe, finora, sono mancate. Solo così il paese ritroverebbe un sentiero di crescita del PIL nel lungo periodo dell’ordine del 2,5/3% l’anno.

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