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Obiettivi e contraddizioni del gruppo di Visegrad

La rinascita del nazionalismo nei paesi dell’Est Europa può essere fatta risalire a due fenomeni tra loro strettamente connessi: la rottura del patto liberaldemocratico che aveva ispirato le élite politiche della Polonia, della Cecoslovacchia e dell’Ungheria all’indomani delle tra-sformazioni del 1989; la perdita d’influenza, dopo la crisi finanziaria del 2008, dell’Unione europea, e dell’Occidente in generale, sulle società postcomuniste rispetto all’obiettivo della costruzione di una “democrazia consensuale” e di un’efficiente economia di mercato.

Il cemento sovranista del gruppo di Visegrad

Nel febbraio del 1991 i leader di Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia decisero di creare qualcosa che tenesse insieme le loro ragion d’essere mentre l’Unione Sovietica si inabissava nel caos e il Patto di Varsavia era bello che morto. Per riunirsi scelsero una cittadina sulle rive del Danubio, dove il fiume piega a Sud verso Budapest. Lo fecero con un certo senso della storia: a Visegrad che già nel nome, più slavo che ungherese, evoca destini comuni, s’era tenuto più di sei secoli e mezzo prima, un altro consesso con gli stessi obiettivi. Nel 1335 Carlo Roberto I d’Angiò, re d’Ungheria, Giovanni I di Boemia e Casimiro III di Polonia avevano cercato di dipanare i fili intricati degli interessi dinastici e delle controversie religiose, etniche e linguistiche per garantire la pace in quella parte della cristianità.

Nel cuore dell’Ungheria di Orbán

Ininterrottamente al potere dal 2010, Viktor Orbán è attualmente noto per essere uno dei leader europei più impegnati nell’affermazio­ne di istanze identitarie e sovraniste. In questi ultimi otto anni si è speso molto, con l’aiuto dei suoi più stretti collaboratori, per creare in Ungheria un sistema fortemente dirigista, teso al controllo dei settori strategici della vita pubblica del paese.

Repubblica Ceca: il successo degli imprenditori della paura

A lungo la Repubblica Ceca ha creduto di essere immune all’ondata di forze di estrema destra. Per quindici anni, dal 1998 al 2013, queste forze sono rimaste fuori dalla Camera dei deputati formando una nebulosa di sigle e organizzazioni che hanno puntato tutto sul sentimento anti-rom molto diffuso nella società ceca. Il peso di questi gruppi nella società era e continua a essere residuale.

Brexit: incognite e variabili in campo

Per parlare di Brexit, a oltre un anno e mezzo dal referendum che ha sancito l’abbandono dell’Unione europea da parte del Regno Unito occorre subito dire una cosa: se si rivotasse oggi il risultato sarebbe quasi sicuramente identico a quello del 23 giugno 2016. Le ragioni sono piuttosto banali: la motivazione che ha spinto la maggioranza degli elettori britannici a votare per il leave aveva poco o niente a che fare con la permanenza all’interno dell’Unione europea. Una ricerca dell’Università di Warwick rivela che «la qualità dei servizi pubblici forniti è sistematicamente correlata alle percentuali di voto del leave. In particolare i tagli effettuati nell’ambito del recente piano di austerità attuati nel Regno Unito (per volere dei governi Cameron, nda) sono fortemente associati alle percentuali in favore del leave».

Uno spettro si aggira per l’Europa: il fascismo

È indubbio che stiamo vivendo una fase nella quale la democrazia è in ritirata pressoché ovunque. Una fase caratterizzata più dai sentimenti della paura e del rancore che dalla fiducia. La fiducia è il collante di una società davvero libera, la paura invece è la moneta corrente dell’autocrate: e noi abbiamo un bisogno disperato della prima. Molti storici usano la metafora del “pendolo” per descrivere queste fasi che si alternano nella vita delle società. La pace di Westfalia del 1648 pose fine all’idea hobbesiana della guerra di tutti contro tutti: gli Stati non interferirono nelle rispettive politiche nazionali nel periodo post napoleonico, fino a quando la Germania di Bismarck ruppe questo equilibrio dando avvio alle due guerre mondiali. Dal dramma della seconda guerra mondiale nacque l’idea dell’Europa che oggi conosciamo e che sembra essere messa a dura prova.

Ebraismo e sinistra, è proprio divorzio?

Ogni volta che leggo su un giornale una notizia di rilievo su Israele so già che verrò assalito da un conflitto interno, soprattutto per l’interpretazione che ne daranno i miei amici e compagni che militano nei partiti di “sinistra” e i miei confratelli italiani di religione ebraica. Viviamo in un’epoca in cui la lettura dei fenomeni politici è spesso approssimativa. Figuriamoci quando si devono trattare temi di carattere internazionale. L’apice dell’approssimazione si raggiunge spesso – a mio avviso – quando si parla di Israele e del suo conflitto con il mondo arabo e palestinese. In quel caso si crea, soprattutto in Italia, un vero tifo da stadio che permea anche il campo della politica (per non parlare dei social media) e spesso complica il ruolo che potrebbe giocare il nostro paese sullo scacchiere mediorientale.

Non ci meritiamo Trump e Netanyahu

Malgrado numerose guerre ne sconvolgano l’assetto, o forse proprio per questo, il Medio Oriente è di nuovo al centro degli interessi della politica mondiale. Conseguenza del fatto che le carte mediorientali sono tornate in cima alla pila nella prima cancelleria d’Occidente, cioè la Casa Bianca. E come è d’uso dalla fine della guerra fredda in poi, è stato un presidente repubblicano – anche se Trump lo è sui generis, diversamente da George W. Bush – a declinare questo tema come principale nell’elaborazione della politica estera, al contrario dell’impostazione più “globalista” degli altri due presidenti democratici. Dove Clinton si era occupato più di temi europei – la riunificazione della Germania e poi la guerra nei Balcani – e Obama invece aveva spostato il baricentro verso il Pacifico.

Un salto di qualità per l’Europa

Stretta tra l’ostilità di Trump e il rinnovato attivismo russo, l’Europa si trova ad affrontare uno scenario allarmante in cui nazionalismo, protezionismo e politica di potenza tendono confusamente a soppiantare il tentativo di realizzare una governance multilaterale e condivisa della globalizzazione. Purtroppo, non pare esservi sin qui una visione strategica comune su come il Vecchio continente debba reagire alla nuova situazione internazionale. Si prefigura come via di uscita l’ipotesi di un’Europa a più velocità, di una pluralità di cooperazioni rafforzate che potranno svilupparsi sulla base di diversi raggruppamenti di paesi. È però essenziale che tale processo abbia una guida forte, che passa innanzitutto attraverso una rinnovata collaborazione tra Germania e Francia.

Le integrazioni differenziate: una formula già sperimentata

Le integrazioni differenziate e tutto quello che a esse è connesso non costituiscono certamente un inedito nella cornice del cammino dell’Unione europea. Al rinnovato interesse per questo tema hanno contribuito sia il riferimento agli effetti devastanti della crisi economica e finanziaria che da anni ha investito l’Europa, deprimendo tutti gli indicatori essenziali, sia la constatazione che a fronte di tale crisi le divergenze tra gli Stati membri sul futuro del progetto comune europeo restano evidenti e profonde. Il rilancio del metodo delle integrazioni differenziate costituirebbe un valido espediente pragmatico non certo per dividere o escludere ma per scongiurare ulteriori processi di dissoluzione dell’Unione europea.

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